IL DIARIO DELLA SAGAFANTASY · DISTOPIA
Venti Grigi
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Capitolo 1 — Fame / Blocco 1

Fame

Kharta non era una città cattiva.

Era peggio.

Le città cattive almeno avevano il coraggio di sembrare nemiche. Kharta no. Kharta non ringhiava, non minacciava, non inseguiva nessuno a volto scoperto. Restava lì, enorme e bassa sotto il cielo sporco, con le sue ciminiere sempre accese, i tetti compressi uno sull'altro, le tubature che sudavano acqua calda nelle strade e i vicoli stretti abbastanza da far sembrare ogni uscita un favore.

Kharta insegnava.

Non con le scuole. Non con i libri. Non con le leggi scritte sui muri del distretto alto, dove nessuno della parte bassa andava mai a leggerle.

Insegnava con il fango nelle scarpe, con l'acqua stagnante fino alle caviglie, con il freddo che entrava sotto i vestiti e decideva di restarci. Insegnava con le file davanti ai forni quando il pane era già finito, con le mani vuote tenute in tasca per non far vedere che tremavano, con le persone sedute ai lati dei vicoli non perché stessero mendicando, ma perché non avevano più abbastanza forza per fingere di andare da qualche parte.

A Kharta non serviva la violenza.

Bastava la fame.

Il pane era caduto da un carretto all'angolo tra via delle Cisterne e il canale morto.

Non era un buon pane. Era vecchio, umido, schiacciato da qualcosa di più pesante. Aveva assorbito pioggia e polvere, e uno dei bordi era diventato grigio, quasi dello stesso colore della strada. Chiunque avesse avuto una casa lo avrebbe buttato via senza pensarci.

Il bambino lo vide prima degli altri.

Non si mosse subito.

Era magro nel modo in cui i bambini non dovrebbero mai esserlo: non sottile, non leggero, ma consumato. Aveva i capelli neri incollati alla fronte dalla pioggia e gli occhi troppo svegli per un viso così piccolo. Non guardò il pane. Guardò intorno al pane.

La donna col carretto stava discutendo con un uomo senza denti.

Due operai passavano più avanti, ridendo di qualcosa che non aveva allegria.

Un cane zoppo annusava i rifiuti sotto una grata.

Nessuno guardava a terra.

Allora il bambino si chinò.

La sua mano scattò fuori dalla manica larga, chiuse le dita sul pezzo di pane e lo nascose contro il petto prima ancora che la pioggia potesse cambiarne la forma. Non corse. Correre significava dire a tutti che avevi qualcosa da perdere. Camminò, invece, infilando i piedi dove l'acqua era più bassa, lasciando che la gente lo inghiottisse per qualche passo.

La fame gli aveva insegnato prima a guardare.

Poi a muoversi.

Aveva quasi raggiunto il vicolo delle Caldaie quando sentì il cambiamento.

Non fu un rumore. Non subito. Fu un vuoto piccolo nel frastuono della strada, come se tre respiri si fossero messi d'accordo per seguirlo.

Il bambino non si voltò.

Voltarsi era un altro modo di ammettere.

Strinse il pane sotto la giacca e continuò a camminare. La pioggia gli scendeva sul collo. Una goccia gli entrò nell'occhio sinistro, ma lui non la asciugò. Davanti a sé, il vicolo si apriva in due direzioni: a destra verso le vasche di raccolta, a sinistra verso un passaggio più stretto che portava dietro i magazzini. La destra era più larga, quindi più visibile. La sinistra puzzava di ruggine e di muffa, ma aveva curve.

Scelse sinistra.

Dietro di lui, un passo cambiò ritmo.

Poi un altro.

Poi un terzo sparì.

Quello era il peggiore.

Il bambino accelerò appena. Non abbastanza da sembrare fuga, abbastanza da non essere più nello stesso punto quando il primo uomo allungò il passo. Le suole rotte gli scivolarono sul fondo viscido del vicolo. Il pane premeva contro le costole come una cosa viva.

Una voce disse, piano:

"Eccolo."

Solo allora il bambino capì che non stavano cercando il pane.

Stavano cercando lui.

Girò a destra.

Il passaggio era più stretto di come lo ricordava. Una pila di casse marcite era crollata contro il muro, chiudendo metà della strada. Si infilò di lato, trattenendo il respiro per non toccare il ferro sporgente. Il legno gli graffiò la guancia. Non fece rumore.

Davanti, un'ombra si mosse.

Il terzo uomo era già lì.

Non era grande, ma occupava tutto lo spazio utile. Aveva il cappotto chiuso fino al mento, le mani nude e la faccia di chi non aveva fretta. Gli altri due arrivarono alle spalle del bambino senza correre. A Kharta anche le cacce imparavano a non sprecare energie.

Il bambino si fermò.

Davanti, muro.

Dietro, uomini.

Ai lati, mattoni umidi, finestre cieche, tubi caldi che sputavano vapore a intervalli stanchi.

L'uomo davanti lo guardò come si guarda una cosa che ha già perso il diritto di decidere.

"Non è tuo."

Il bambino abbassò gli occhi sul pane. Lo teneva ancora sotto la giacca, ma ormai non serviva nasconderlo.

"Neanche vostro."

Il colpo arrivò subito.

Non fu spettacolare. Nessun urlo, nessuna rincorsa, nessuna rabbia abbastanza grande da meritare memoria. Solo un pugno secco nello stomaco, dato da uno che sapeva dove colpire un corpo piccolo per fargli dimenticare il respiro.

Il bambino cadde nel fango.

Il pane gli sfuggì dalle mani e rotolò in una pozzanghera. Per un istante vide solo acqua sporca, bolle d'olio, la propria guancia riflessa male. Il mondo si fece stretto intorno al dolore. Provò a inspirare, ma il petto non gli obbedì.

Un piede gli si posò addosso.

Non con forza. Non serviva. Bastava il peso giusto, nel punto giusto, perché il bambino capisse che il suo corpo non gli apparteneva davvero.

"Tu non sei nessuno."

La frase non era nuova.

A Kharta tutti la dicevano in modi diversi. I fornai la dicevano chiudendo le porte. Le guardie la dicevano senza guardarti. I medici la dicevano con le liste piene. Le madri la dicevano quando ti spingevano via da un tavolo vuoto perché un figlio in più da sfamare era una condanna per tutti gli altri.

Tu non sei nessuno.

Era una frase comoda. Una frase pulita. Una frase che non sporcava le mani di chi la pronunciava.

Il bambino sentì il sangue scendergli dalle labbra e mescolarsi alla pioggia.

Non pianse.

Aveva pianto da piccolo, forse. Non lo ricordava bene. A un certo punto aveva capito che il pianto consumava acqua e non riempiva niente. Il dolore invece era utile. Ti diceva dove non eri ancora morto.

Gli uomini aspettavano che smettesse di muoversi.

Il bambino guardò il pane nella pozzanghera.

Poi sorrise.

Non fu un bel sorriso. Non era coraggio, non era sfida, non era follia. Era più piccolo e più fastidioso. Era la crepa sottile che compare in un muro quando tutti hanno già deciso che reggerà.

"Allora perché..."

La voce gli uscì rotta.

L'uomo col piede sul suo petto aggrottò la fronte.

Il bambino inspirò a fatica. Sentì il dolore aprirsi e chiudersi come una mano dentro le costole.

"...mi state ancora parlando?"

Il vicolo tacque.

Uno degli uomini fece una smorfia.

"Che c'ha?"

Nessuno rispose.

L'acqua nella pozzanghera si mosse.

All'inizio sembrò una vibrazione qualunque: un tremito causato da una macchina distante, da una tubatura sotto il pavimento della strada, da uno dei mille meccanismi marci che tenevano Kharta in piedi senza farla vivere. Poi l'acqua smise di seguire la pendenza del vicolo.

Si ritrasse dal viso del bambino.

Un cerchio piccolo, impossibile, si aprì intorno alla sua guancia.

L'uomo sopra di lui tolse il piede senza accorgersi di averlo deciso.

Il vapore uscì dalle grate nella direzione sbagliata.

Salì, poi si piegò, poi si avvolse su se stesso come se qualcosa lo stesse chiamando dal basso. I tubi lungo il muro gemettero. La pioggia continuò a cadere, ma per un attimo alcune gocce sembrarono rallentare prima di toccare terra.

Il bambino non capì.

Non c'era niente da capire. Non ancora.

Sentì solo che il mondo, per la prima volta da quando ricordava, non stava premendo tutto contro di lui. Stava cedendo. Poco. Male. Come una porta che non sa di essere porta.

Si mise su un gomito.

Il primo uomo arretrò.

"Fermo."

Il bambino non era fermo.

Non era nemmeno in piedi, non davvero. Si rialzò un pezzo alla volta, con il fango sulle ginocchia, una mano premuta sul fianco e la bocca sporca di sangue. Il vicolo puzzava di metallo caldo. L'aria aveva un sapore amaro, come cenere bagnata.

Il pane tremò nella pozzanghera.

Non rotolò. Non scivolò. Tremò soltanto, attirando l'attenzione di tutti proprio perché non avrebbe dovuto.

Il bambino lo raccolse.

Quel gesto, più di tutto il resto, fece paura agli uomini.

Non l'acqua che si apriva.

Non il vapore che saliva al contrario.

Non i tubi che gemevano.

Fece paura il modo in cui lui prese il pane, semplice, quasi annoiato, come se il mondo avesse solo corretto una piccola ingiustizia personale.

Restarono immobili.

Il bambino li guardò. Non aveva abbastanza forza per odiarli. L'odio richiedeva spazio, e dentro di lui c'era ancora troppa fame. Però li vide. Davvero. Vide le mani grandi, le giacche consumate, gli occhi bassi di chi si era convinto che schiacciare qualcuno più piccolo fosse una forma di ordine.

Si passò il dorso della mano sulla bocca.

Il sangue lasciò una striscia scura sulla pelle.

"Tenetevelo."

Gli uomini non parlarono.

"Il vostro posto."

Poi si girò.

Nessuno lo fermò.

Fece tre passi, poi quattro. Al quinto, il vicolo tornò normale.

L'acqua riprese a scorrere verso il tombino intasato. Il vapore uscì dalle grate e salì dritto, stanco, obbediente. I tubi smisero di gemere. La pioggia ricominciò a essere solo pioggia.

Uno degli uomini deglutì.

"Cos'era?"

La domanda rimase nel vicolo.

Il bambino non si voltò.

Mangiò il pane mentre camminava. Era molle, sporco, quasi senza sapore. Gli scricchiolò tra i denti in un punto dove la crosta si era seccata abbastanza da resistere. Gli fece male masticare. Continuò lo stesso.

Ogni morso era piccolo.

Ogni morso era suo.

Kharta dall'alto non cambiò.

Le ciminiere continuarono a sputare fumo. Le finestre restarono chiuse. Le persone nei vicoli tornarono ad aspettare. Nessuno fermò la giornata per un bambino che aveva rubato un pezzo di pane e aveva fatto muovere l'acqua in modo sbagliato.

Ma qualcuno, da lontano, aveva visto.

Una figura nell'ombra di un balcone industriale, dietro una ringhiera mangiata dalla ruggine. Non intervenne. Non chiamò. Non scese.

Osservò soltanto.

Il bambino sparì tra la gente prima di finire il pane. Per qualche minuto diventò di nuovo uno dei tanti: spalle strette, passo rapido, testa bassa quando serviva e occhi alti quando nessuno guardava. Nessuno avrebbe saputo distinguerlo dagli altri figli della parte bassa, tutti ugualmente sporchi, ugualmente affamati, ugualmente vivi per ostinazione più che per diritto.

Quando l'ultimo pezzo di pane fu finito, si fermò sotto una tettoia di lamiera.

La mano era vuota.

Il corpo gli faceva male.

Aveva ancora fame.

Restò lì appena un momento, respirando piano, con il sangue che gli seccava all'angolo della bocca e la pioggia che batteva sulla lamiera sopra di lui. Non pensò al vicolo. Non pensò all'acqua. Non pensò agli uomini rimasti indietro.

Pensò soltanto che era ancora in piedi.

E, a Kharta, per quel giorno, bastava.

La fame non gli aveva insegnato a vivere.

Gli aveva insegnato quanto poteva resistere prima di cambiare.

A diciotto anni, Grigio non rubava più pane caduto dai carretti.

Rubava cose più piccole, più pulite e più facili da vendere.

La fame, però, era rimasta. Aveva solo cambiato posto. Non stava più nello stomaco tutto il tempo, anche se in certi giorni tornava lì come un vecchio padrone. Stava negli occhi. Nelle mani. Nel modo in cui contava le uscite prima ancora di guardare cosa ci fosse da prendere. Stava nella cura con cui evitava le strade troppo larghe, i venditori troppo gentili, gli uomini che non sembravano avere niente da fare e invece stavano sempre nel punto giusto.

Stava nel fatto che, anche quando mangiava, una parte di lui restava pronta a perdere il pasto.

Kharta lo aveva cresciuto così.

Non migliore. Non peggiore.

Utilizzabile.

Quella notte pioveva poco, ma l'aria sapeva comunque di metallo bagnato. Grigio camminava lungo una passerella sopraelevata del distretto medio, con il cappuccio tirato basso e una borsa vuota sotto il cappotto. Sotto di lui, la parte bassa brulicava di luci gialle, tende, fumo e voci. Sopra, più in alto, le ville dei nomi importanti si arrampicavano sui pendii industriali come se la città avesse cercato di sputarle fuori e non ci fosse riuscita.

La villa dei Wolf era una di quelle.

Grigio l'aveva studiata per settimane.

Non perché gli piacesse studiare. Lo studio era una cosa che faceva la gente con sedie comode, lampade intere e pomeriggi da perdere. Lui osservava. Era diverso. Osservare voleva dire restare vivo abbastanza a lungo da usare quello che avevi visto.

Le guardie cambiavano posizione ogni quaranta minuti, ma una di loro fumava sempre dietro la rimessa e perdeva almeno cinque minuti a ogni turno. La cucina scaricava vapore da una grata laterale poco dopo mezzanotte. Due finestre del piano alto restavano accese più delle altre. Una apparteneva a una stanza di servizio. L'altra no.

L'altra era sempre la stessa.

Grigio l'aveva notata per caso, la prima volta. Una figura dietro il vetro, ferma, troppo composta per essere una domestica e troppo giovane per sembrare padrona di qualcosa. Non faceva nulla di strano. Guardava fuori.

Tutti guardavano fuori, prima o poi.

Il problema era il modo.

Quella ragazza guardava Kharta come se la città fosse una domanda disgustosa e necessaria. Aveva paura della risposta, ma ancora di più di non riceverne una.

Grigio aveva pensato che non fosse affar suo.

Poi era tornato un'altra sera.

Poi un'altra.

Non per lei, si era detto. Per la casa. Per gli orari. Per il colpo.

Era quasi vero.

Quella notte la finestra era accesa.

Grigio si fermò sul tetto del deposito di fronte, accucciato dietro un comignolo basso. Dal cappotto tirò fuori un piccolo ferro piegato, una lama sottile e un pezzo di filo. Pochi strumenti. Niente che facesse rumore. Niente che, preso da solo, sembrasse abbastanza importante da condannarlo.

Guardò la finestra.

La ragazza non c'era.

Meglio, pensò.

Il pensiero gli suonò falso.

Scese dal tetto con la stessa attenzione con cui, da bambino, aveva attraversato il vicolo con il pane sotto la giacca. Le mani conoscevano il freddo della pietra, il peso delle grondaie, la differenza tra una tegola che reggeva e una che mentiva. Arrivò al muro laterale, passò sopra la recinzione nel punto cieco tra due lampade e atterrò nel giardino senza disturbare nemmeno la ghiaia.

Il giardino dei Wolf profumava di terra lavata e piante curate.

Grigio lo odiò subito.

Non perché fosse bello. Perché era bello in un modo inutile. Uno spazio intero dedicato a dimostrare che lì l'acqua poteva essere usata per far crescere fiori invece che per togliere il sangue dalle mani.

Attraversò il prato basso, raggiunse la parete e salì.

La finestra secondaria non era quella illuminata.

Era più piccola, più bassa, meno sorvegliata. Una finestra per chi entrava a pulire, non per chi viveva davvero nella casa. Grigio infilò il ferro nella fessura, ruotò il polso, ascoltò il clic quasi invisibile della serratura.

Sorrise.

"Almeno qualcosa in questa casa sa aprirsi," mormorò.

Poi entrò.

Parliamone qui.

1 commento
Florabella

Non vedo l’ora di leggere il prossimo capitolo!!

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