IL DIARIO DELLA SAGAFANTASY · DISTOPIA
Venti Grigi
← Il romanzo · tutti i capitoli

Capitolo 1 — Fame / Blocco 2

Gabbia

La casa non era fredda.

Era perfetta.

Il marmo dei corridoi rifletteva la luce bianca delle finestre alte. Le scale salivano al piano superiore con una curva ampia e pulita, senza un graffio sul corrimano, senza un tappeto fuori posto, senza un passo lasciato dove non doveva esserci. Ogni stanza aveva il proprio odore leggero di cera, lino lavato e fiori recisi. Ogni porta si chiudeva con un suono educato. Ogni oggetto sembrava essere stato scelto da qualcuno che non aveva mai dovuto chiedersi se sarebbe rimasto abbastanza denaro per il giorno dopo.

Freya, da bambina, aveva creduto che il silenzio fosse una cosa elegante.

Poi aveva capito che era un modo di occupare spazio.

"Tieni le mani ferme."

La donna non alzò la voce. Nella casa dei Wolf non si alzava quasi mai la voce. Non serviva. Le frasi avevano già abbastanza peso da sole.

Freya abbassò gli occhi sulle proprie mani. Erano piccole, pulite, composte sulle ginocchia. Una si era mossa senza che lei se ne accorgesse, appena, verso la finestra. La ritrasse.

"Non sei in strada," aggiunse la donna.

Freya annuì.

Non per convinzione.

Per abitudine.

Aveva sette anni, forse otto. Abbastanza grande da sapere che una risposta troppo veloce sembrava disobbedienza, abbastanza piccola da sperare ancora che un giorno qualcuno le spiegasse perché il suo corpo dovesse restare sempre più fermo dei suoi pensieri.

La sala da pranzo era lunga e chiara. Il tavolo sembrava non finire mai. Su ogni lato c'erano sedie con lo schienale alto e piatti disposti a distanze perfette. Freya sedeva nel posto che le era stato assegnato da sempre, non troppo vicino al padre, non troppo lontano dalla madre, abbastanza visibile da essere corretta e abbastanza distante da non disturbare.

Il cibo davanti a lei era buono.

Questo rendeva tutto più difficile.

Non poteva dire che mancasse qualcosa. Non mancava niente. Il pane era morbido, la zuppa calda, la carne tagliata in pezzi piccoli perché lei non dovesse lottare con il coltello. Le veniva dato tutto prima che potesse desiderarlo male.

"Più composta," disse suo padre.

Freya smise di masticare.

Deglutì.

Si raddrizzò.

Il piatto restò quasi pieno.

Non era fame.

Era assenza.

Quando alzò lo sguardo verso la finestra in fondo alla sala, sua madre se ne accorse subito.

"Non guardare fuori mentre mangi."

Freya abbassò gli occhi.

Ma non davvero.

Fuori c'era movimento. Non molto, non da quel lato della villa. Solo il giardino, le guardie, la strada oltre il cancello, qualche figura distante che passava senza sapere di essere osservata. Bastava. Anche una vita lontana, vista male attraverso un vetro, le sembrava più disordinata e più onesta della stanza in cui stava seduta.

Negli anni, imparò a non fissare troppo.

Imparò a guardare riflessi.

Una finestra scura al posto di una aperta.

Il vetro di una credenza.

La superficie lucida di una teiera.

Qualunque cosa potesse restituirle un pezzo di fuori senza costringerla a chiedere il permesso.

Nella casa dei Wolf, ogni cosa era gentile finché restava al proprio posto.

Anche l'amore.

Suo padre non era crudele. Questo fu il primo problema che Freya non riuscì a nominare. Se fosse stato crudele, se l'avesse colpita, se l'avesse chiusa a chiave in una stanza, se sua madre l'avesse guardata con odio invece che con preoccupazione, sarebbe stato più facile. Avrebbe potuto raccontarsi una storia semplice: loro erano i mostri, lei la ragazza da salvare.

Ma suo padre le portava libri.

Sua madre le sistemava i capelli con mani attente.

Quando aveva la febbre, qualcuno restava seduto accanto al letto finché il respiro non tornava regolare.

Quando imparò a leggere più in fretta delle altre bambine, le regalarono un atlante rilegato in pelle chiara.

"Così puoi vedere il mondo," disse suo padre.

Freya ricordò di aver appoggiato le dita sulla copertina e di aver pensato, senza dirlo: vedere non è andare.

Non lo disse.

Ringraziò.

Era brava a ringraziare.

La prima volta che capì che nella casa esisteva un'altra lingua, aveva undici anni.

Stava attraversando il corridoio del piano basso con un libro stretto al petto quando sentì ridere. Non una risata educata. Una risata piena, spezzata a metà, subito coperta da un'altra voce. Veniva da una porta socchiusa vicino alle cucine.

Freya si fermò.

Sapeva che non avrebbe dovuto.

La luce oltre la porta era più calda di quella del corridoio. Dentro, due domestiche stavano piegando tovaglie. Una aveva detto qualcosa, l'altra si era portata una mano alla bocca per non fare troppo rumore. Per un secondo furono vive in un modo che Freya non vedeva mai nei salotti.

Poi la videro.

Il silenzio tornò subito, come un animale addestrato.

"Signorina," disse una delle due, raddrizzandosi.

Freya avrebbe voluto dire: continuate.

Avrebbe voluto chiedere cosa facesse ridere così. Avrebbe voluto entrare, sedersi sul pavimento, ascoltare una frase che non fosse stata preparata per lei.

Invece annuì.

La porta si richiuse piano.

Non le mancava la gioia.

Le mancava il diritto di sbagliarla.

Cominciò a disegnare mappe a tredici anni.

All'inizio furono giochi. Almeno così sembravano. Linee sottili sul retro dei fogli di studio, corridoi, porte, scale, finestre. Poi le linee diventarono più precise. Gli orari delle guardie. I giorni in cui la servitù cambiava la biancheria. Le stanze lasciate vuote dopo cena. Le finestre che cigolavano meno. Le serrature che si aprivano dall'interno senza chiave.

Non stava preparando una fuga.

Si disse così per molto tempo.

Stava solo controllando se fosse possibile.

La differenza la fece dormire per un altro anno.

A quattordici anni, una notte, il vento entrò nella sua stanza senza aprire la finestra.

Freya era sveglia. Succedeva spesso. Dormire in una casa troppo silenziosa richiedeva fiducia, e lei non capiva in cosa avrebbe dovuto averne. Stava seduta al tavolo, con una candela bassa e una mappa mezza nascosta sotto un quaderno di grammatica.

La fiamma si piegò.

Non verso la porta.

Non verso la finestra.

Verso di lei.

Freya restò immobile.

La fiamma tremò ancora. Una ciocca dei suoi capelli si mosse contro la guancia. L'aria nella stanza cambiò densità, come se qualcuno avesse inspirato dietro le pareti.

"No," sussurrò.

Non sapeva a cosa lo stesse dicendo.

La fiamma tornò dritta.

La stanza riprese a essere una stanza.

Freya passò il resto della notte con le mani strette sotto le ascelle, per impedirsi di toccare qualunque cosa. Al mattino aveva gli occhi asciutti e il viso composto. A colazione sua madre le chiese se avesse dormito male.

"Un po'," rispose Freya.

"Troppa lettura prima di dormire."

"Sì."

Era più semplice lasciarglielo credere.

Da quel giorno, la finestra smise di essere solo una finestra.

Divenne una misura.

Freya si sedeva davanti al vetro quando poteva, non sempre alla stessa ora, non abbastanza a lungo da attirare domande. Guardava Kharta. La parte alta, dove le luci erano bianche e le strade lavate. La parte bassa, lontana, quasi sempre coperta da fumo. I tram merci che attraversavano i ponti di ferro. Le ciminiere che segnavano il cielo. Le persone così piccole da sembrare punti in movimento.

E ogni volta sentiva quella cosa dentro.

Non un potere. Non ancora.

Una pressione.

Come una mano appoggiata dall'altra parte della sua pelle.

Non voleva farle male.

Voleva farla muovere.

A sedici anni, durante un tè con altre ragazze del distretto alto, capì che il futuro poteva essere più soffocante del presente.

Erano sedute in un salotto azzurro, troppo chiaro per contenere pensieri scomodi. Le tazze erano sottili, i biscotti piccoli, le voci addestrate. Una ragazza parlava del padre, un'altra di un possibile fidanzamento, una terza di una casa fuori città dove l'aria era migliore.

"Mio padre ha già deciso," disse la prima.

Lo disse senza rabbia. Quasi con sollievo.

"L'importante è non creare problemi," aggiunse un'altra.

Le altre annuirono.

Poi guardarono Freya.

"E tu?"

Freya sentì la stanza fermarsi.

Avrebbe potuto rispondere in molti modi. Poteva dire che suo padre non le aveva ancora comunicato nulla. Poteva sorridere. Poteva chiedere altro tè. Poteva diventare, ancora una volta, una persona comoda da avere nella stanza.

Guardò la finestra.

La sua voce uscì calma.

"Io no."

Una delle ragazze inclinò il capo.

"No cosa?"

Freya si alzò.

Non stava tremando.

Questo la sorprese.

"Io non resto."

La frase fece meno rumore di quanto avrebbe dovuto.

Forse perché la casa l'aveva attesa per anni.

La sua frattura non era ancora un potere.

Era una scelta.

Parliamone qui.

0 commenti

Ancora nessuna voce. Qual è stata la tua prima impressione?

Lascia un’impressione

Niente account: scegli un nickname. I commenti vengono letti prima di comparire.

0/2000